Leggere gli altri 2 Stampa
Recensioni
Sabato 18 Giugno 2011 16:11

-          Ho scritto ti amo sullo specchio” (recensione a Massimiliano Martines, Ho scritto ti amo sullo specchio, Pendragon, Bologna, 2006), “Il Galatino” di venerdì 26 gennaio 2007, p. 4.

-          La poesia della lontananza (recensione a Antonio Prete, Menhir, Donzelli, Roma, 2007 e Antonio Prete, Trattato della lontananza, Bollati Boringhieri, Torino, 2008), “Il Galatino” di venerdì 19 dicembre 2008, p. 9; poi col titolo di Il soffio che resiste ne “Il Paese Nuovo” di venerdì 29 maggio 2009, p. 6.

-          Parliamo della bellezza, parliamo d’altro (recensione a Paolo Pellegrino, La bellezza tra arte e tradizione, Congedo Editore, Galatina, 2008), “Il Galatino” di venerdì 28 novembre 2008, p. 4; poi col titolo Per parlar di bellezza ne “Il Paese Nuovo” di venerdì 8 maggio 2009, p. 7.

-          Alla ricerca della felicità (recensione a Rino Duma, La scatola dei sogni, Edipan, Galatina, 2008), “Il Galatino” di venerdì 16 gennaio 2009, p. 3; poi in “Il Paese Nuovo” di sabato 30 gennaio 2010, p. 7.

 

 

Per Massimiliano Martines


Ho letto Ho scritto Ti amo sullo specchio e vi ho trovato temi e spunti per un dibattito su come oggi sia possibile fare poesia, cioè dire con parole la propria esistenza e quella degli altri, raccontarsi e raccontare il proprio e l’altrui rapporto col mondo, mediato dalla parola poetica.

Dirò subito che nella poesia di Martines a me sembra di cogliere un rapporto conflittuale del poeta col mondo. Nella poesia che apre la raccolta, dal titolo Testamento, Martines grida “(non mi avrete mai!)”, come in segno di sfida verso un mondo, di cui egli non riconosce l’autenticità. Martines parla del mondo che ci circonda, il mondo fatto dagli uomini che non sanno e non si curano di sapere cosa sia la poesia, gli pseudo-saggi, le modelle, i giocatori di calcio, i finti poeti, i potenti di turno, i cosiddetti borghesi benpensanti, tutte figure condannate nella medesima poesia incipitaria della raccolta. Ebbene, la poesia di Martines nasce negli interstizi dei recinti di cui è fatto questo mondo (si legga la poesia Recinti a p. 19):

nel recinto dell’esistenza

nel recinto dell’esperienza

nel recinto dei sensi dei piaceri

dei dolori dell’inesprimibile noia

nel recinto dell’io del mondo del cosmo

nell’infinito recinto

il sole è arrossato

la luna è impallidita

il mare si è sciacquato le ascelle

io sto nutrendo un pianto secco asciutto

continuo…

In questi recinti, che significa in queste reclusioni, in questa sorta di carcere, nel quale anche il cielo sembra essere un grande recinto, ad ogni passo noi rischiamo di essere rinchiusi o di autorinchiuderci, per inerzia, per acquiescenza, per paura, per incapacità di immaginare un diverso futuro possibile. Tra gli interstizi di questi recinti nasce la poesia di Martines, il suo “pianto secco asciutto continuo…”, com’egli dice, con toni talvolta accesamente polemici, che toccano il sarcasmo e l’invettiva, come per esempio nel San Giorgio e il Dragone:

che schifo: amici!

Che schifo: sentimenti!

Che schifo: parenti!

Che schifo di anatemi!

Che schifo di poeti, di artisti, di minuetti, lor signori, signore e signorini!

Del resto anche i potenti, i paperoni, le papesse e le stiliste!

Che schifo!

Ma la molla segreta di questa poesia credo che stia altrove; non tanto nel conflitto di cui si è detto, che è piuttosto un passaggio obbligato per chi viva e faccia poesia nella nostra società, quanto nella tensione, nel desiderio, che anima le parole di Martines, di un mondo diverso, di un mondo, magari molto dubbio o negato, dell’innocenza, della purezza, dell’incontaminato, dell’autentico, della Bellezza (“la Bellezza è finita male come l’Innocenza”, scrive Martines a p. 27). Difatti, la poesia su citata continua così:

ora ho bisogno di un ambiente pulito

d’una casa lucidata, ben disinfettata

bianca come

la cocaina che il piccolo uomo rigettava

sul pavimento…

E così pure, come un desiderio di trovare un mondo diverso, leggo le interrogazioni di un’altra poesia senza titolo (pp. 39-40):

il tumultuoso senso del mondo

si inscrive ancora nelle pagine dei diari dei

beati adolescenti?

bei quaderni di poesia?

beati davvero dannati

idealisti diciassettenni

beato caustico desìo

di vero amor

Laddove per “vero amor” Martines vuole indicare, come dice nella poesia dal titolo Bomboniere, un amore purissimo, quello che nega l’idea del possesso:

io non capisco più l’amore che vuole stare nel possesso.

Lo scontro col mondo disumano riporta a una sorta di regressione, nella quale la condizione adolescenziale è detta “beata”, pur nella sua dannazione, che poi è il destino di tutti gli adolescenti, quello di diventare adulti e, quindi, di dannarsi. Ma qui la regressione rivela quella molla segreta di cui dicevo prima, cioè la cifra distintiva della poesia di Martines, che a mio avviso è nella sua ricerca spasmodica, il cui esito appare molto dubbio, di qualche forma di purezza, precedente ad ogni recinto, come mi sembra di leggere in Dal fiume:

vi pare ch’io abbia un’anima

contadina? operaia? impiegatizia?

la mia anima viene prima di tutti

i parti e le partenze

prima dei verbi e dei proverbi

prima dei pre e dei pro

degli economisti e degli ecologisti

L’anima di cui parla Martines è per me l’anima poetica, quella stessa che conduce il poeta a confrontarsi con una Mucca, simbolo, a mio avviso, di questa ricercata purezza, come nella poesia La Mucca:

 

darti un bacio una carezza un po’ del mio amore

chi più di noi è spaventato?!

per puro caso ho visto la Mucca: mi sono invaghito…

E più avanti:

… la Mucca non fa altro che fissare

con amore

così io mi perdo nel suo occhio devoto

poi spaventato rintano, rinculo nel mio zero

zero sentire – zero ascoltare – zero essere lì…

Ritorna, accanto alla simbologia della purezza, il termine spavento, che fa rinculare il poeta, lo fa rintanare (in qualche recinto?) come se il “vero amor” fosse davvero spaventoso, pericoloso, tanto da ricacciarci indietro, verso dove non si sa. Ma intanto l’incontro è avvenuto, l’anima poetica ha scoperto la sua strada, l’ha percorsa, almeno un tratto, prima di rinculare. Ora occorre andare avanti, io dico, andare avanti senza timore.

Coerentemente con quanto si è detto, la lingua di Martines è chiamata a conseguire questo fine, la ricerca di una purezza originaria. C’è un passo della prosa Sarajevo salentina nel quale Martines dice: “Se io parlassi la lingua di questo mondo esattamente direi il contrario e strazierei le carni dei bambini, delle donne, del prossimo…”. La lingua di Martines non è di questo mondo. Che cosa vuol dire? Per parafrasare Martines, dirò che la lingua di Martines è una lingua che questo mondo non avrà mai!, perché la lingua poetica non è la lingua esatta, la lingua della comunicazione, ma è la lingua del desiderio di ciò che in questo mondo non c’è. La lingua della poesia non è quella che si legge sui giornali, che usano i politici, che la televisione adopera, la lingua che strazia “le carni dei bambini, delle donne, del prossimo”, che noi stessi utilizziamo nei nostri scambi utilitaristici, nei quali spesso ci facciamo solo del male. La lingua della poesia non è di questo mondo. Essa però ci parla di tutto ciò che noi siamo veramente, autenticamente, scoprendolo sotto la crosta spessa che il mondo, con tutte le sue brutture, vi ha sovrapposto. Per questo la poesia, quando non è negletta, fa paura, se non altro come se fosse l’opera di un pazzo, e dei pazzi, si sa, quando non si ride, bisogna aver paura. La poesia opera tra i recinti e contro di essi. Tu studente, io professore, tu avvocato, io imprenditore, tu ancora medico, io paziente, ecc. No! La poesia dice che noi non siamo nulla di tutto questo, ci riporta alla nostra umanità o, se vogliamo, alla nostra animalità, nel senso più nobile della parola, animale come creatura vivente. Questo io ho letto in Martines, che l’anima poetica può ancora insegnarci la nostra umanità, purificata d’ogni incrostazione, liberata da ogni recinto, dai ruoli, dalle funzioni, dalle competenze, dalle professioni che ammorbano il mondo.

 

 

 

La poesia della lontananza

 

La mia frequentazione dell’opera di Antonio Prete data da circa venticinque anni, da quando, a qualche anno dalla prima pubblicazione de Il pensiero poetante. Su Leopardi (1980), lessi quel libro fortunato, di recente ristampato in edizione economica da Feltrinelli (2006). C’è poco da fare: i libri che si leggono a vent’anni ci rimangono nel sangue e così, se la fascinazione c’è stata, per il resto della vita ci capita di seguire le orme dello scrittore di quel primo libro come tracce che - siamo certi -, condurranno da qualche parte. Il problema sta tutto nel seguirle, il che non sempre risulta facile; soprattutto quando il tracciato che disegnano non è lineare, ma si apre come una ragnatela, entro la quale sono inscritti i molteplici interessi, le predilezioni, gli studi, le divagazioni, gli snodi essenziali di un’esperienza intellettuale in fieri, proprio come fosse una ragnatela in fase di lavorazione sopra un albero altissimo, opera di un infaticabile ragno. Così conoscevo gli scritti critici di Antonio Prete su Leopardi (l’ultimo Il fiore e il deserto. Leggendo Leopardi, Donzellli, 2004) e quelli su Baudelaire (l’ultimo, I fiori di Baudelaire. L’infinito nelle strade, è edito come numero 103 delle Saggine di Donzelli, 2007); conoscevo anche le sue traduzioni - come non ricordare la recente versione completa dei Fiori del male di Baudelaire (Feltrinelli, 2003) -, e poi le pagine narrative de Le saracinesche di Harlem (edizioni L’Obliquo, 1989), L’imperfezione della luna (Feltrinelli, 2000), fino a Trenta gradi all’ombra (Nottetempo, 2004). Critica, dunque, e poi traduzione, e poi ancora narrazione. Di tutto questo soltanto (e non è poco!) pensavo fosse composta l’opera di Prete; ma mi ingannavo!

Pertanto, quando, nel marzo del 2007, ricevetti Menhir, un libretto di 131 pagine, stampato appena il mese prima dall’editore Donzelli col numero 31 della sua collana di Poesia, ebbi dapprima un moto di sorpresa, ma poi dissi a me stesso che me lo dovevo aspettare, che non era possibile che uno sperimentatore come Antonio Prete in tutti questi anni di studi non si fosse cimentato in proprio con la poesia, che, insomma, era naturale che la tela di Prete fosse arricchita di un’altra giunta, quella poetica. Del resto chi ha dimestichezza con la sua prosa, sa bene come il passaggio sia stato obbligato. Voglio dire che la lingua di Prete, così concreta eppure così evocativa, in cui le parole raccontano la realtà di cui è fatta la letteratura secondo ritmi e modi inconfondibili e propri della poesia, non poteva che trovare il suggello nella poesia, non poteva che tramutarsi naturalmente in poesia.

Menhir, dunque, cioè, come li definisce Prete nella Nota a p. 129, “quelle misteriose verticali pietre” che, “insieme ai dolmen”, si possono incontrare nelle campagne del Salento. Ed ecco la poesia che dà il titolo all’intera raccolta, Menhir (p. 15):

 

Nel filo d’aria e di millenni

che lega il vertice alla stella

trascorrono fiumi di pensieri,

con occhi d’animali aperti

su deserte scogliere,

con gesti di creature dispersi

al vento delle sere supreme,

con grida di uragani e di ferite.

Il cielo ruota fino al sonno delle stelle,

fino al gelo dell’alba

che disanima la pietra.

Nel filo d’aria e di millenni

l’aspra malinconia del vivente.

 

Si provi a immaginare un menhir nella solitudine della campagna magliese o otrantina, verso Cursi o più giù, verso Minervino, di notte, sotto un cielo stellato, e ci si provi a misurare la distanza tra la punta della pietra svettante nel cielo e la stella più vicina, forse ormai spenta. Si provi, per un istante, a misurare il tempo trascorso, le innumerevoli civiltà, gli sguardi imploranti, impotenti, infelici, le preghiere, gli affanni, i pensieri di uomini inesausti che ora sono terra e vento, “filo d’aria e di millenni”, si provi a immaginare tutto questo, e si sarà presi da una vertigine che solo chi ha una lunga familiarità con Leopardi, col Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, sarà in grado di tollerare. Tra il vertice di un menhir e una stella c’è “l’aspra malinconia del vivente”, cioè la storia dell’uomo, le sue illusioni e delusioni, i suoi desideri e le sue frustrazioni, il dolore del vivere e la meditazione sul comune destino di morte: “fiumi di pensieri” che hanno la loro sede sopra “deserte scogliere”, nel cielo, e sono trasportati in alto dal vento che sembra essere la loro voce, sempre più lontano da questo mondo dove sono nati nella testa degli uomini (o forse hanno altra origine, altra natura? chi può dirlo?). Un menhir si innalza verso una lontananza di cui nulla si sa, se non dalle parole dei poeti. Che sia stato, dunque, sollevato da terra dalle braccia dei poeti, come un tentativo estremo quanto vano di colmare la distanza tra cielo e terra, tra lontananza e finitudine? Questa dialettica, insita nella metafora che dà il titolo alla raccolta, menhir, racchiude il senso della poesia di Prete.

Ma non tocca a noi dire queste cose; le sintesi, si sa, lasciano fuori più di quanto riescano ad accogliere nel loro interno; e poi la parola poetica ha una sottigliezza, una levità che mal tollera la riduzione a significato della nostra prosa. Potrei dire quale poesia ho letto e riletto, più e più volte: Colloquio, per esempio, ancora non mi stanco di rileggerla, come anche, delle sei brevi prose intercalate tra le poesie, La notizia (p. 111), nella quale Prete rievoca il suo stato d’animo alla notizia della morte di sua madre. Ma rischierei di spacciare il mio gusto per una certezza estetica.

Una notazione però va fatta: il lessico della poesia di Prete presenta una frequenza riconoscibilissima di parole come nuvola, luna, cielo, azzurro, infanzia, stella, ricordo, silenzio, orizzonte, lingua, lontananza, vento, addio, galassia, morte ecc., che esprimono una dimensione astratta e inattingibile del mondo, ciò che è lontano da noi e a cui noi tendiamo con tutte le nostre forze e i nostri desideri, incapaci come siamo di guardare verso terra, di accontentarci di essere terra: di qui la nostra souffrance universelle, come ebbe a dire Leopardi.

Ebbene, com’è vero che - lo scriveva Dante nella Vita Nuova -, non può esserci buon poeta che non sia in grado di “aprire per prosa” le proprie poesie, io penso che la più chiara e più completa spiegazione della poesia di Prete sia stata data dall’autore stesso nel suo recente Trattato della lontananza (2008) edito da Bollati Boringhieri. Non si perdano di vista le date e le dichiarazioni d’autore contenute in Menhir e nel Trattato della lontananza: il primo del 2007, il secondo del 2008, come si è detto; nella Nota del primo si legge: “Queste poesie sono state scritte nell’arco di tempo che copre gli ultimi dieci anni” (p. 129); nella Premessa del secondo: “… per un decennio, nella mia Università, ho tenuto ogni anno un corso su una figura della lontananza…” (p. 10). Risulta chiaro, allora, che il lavoro poetico di Prete è stato accompagnato per circa un decennio, con la sfasatura poco significativa di appena un anno, dal lavoro di riflessione poetica sui temi della lontananza. Chi vorrà capire, dunque, la sua poesia non avrà migliore guida di questo Trattato della lontananza, che già dal titolo dichiara un intento classificatorio e sistematico, oltre che di studio poetico: “l’idea che a lungo mi ha accompagnato…: descrivere alcune figure della lontananza, così come il sapere della letteratura le ha accolte e interrogate” (pp. 9-10), col proposito di “non sopprimere la lontananza” (p. 11).

Pertanto, due linee di interpretazione possono essere seguite. In primo luogo, il Trattato si presenta come un viaggio nel mondo labirintico della letteratura, nel quale l’autore segue il filo di Arianna delle figure della lontananza: l’addio, l’orizzonte, il cielo, la nostalgia, l’esilio, i colori della lontananza, la cartografia fantastica, il lontano, lo sguardo, il suono della lontananza, l’amore, la morte; figure individuate nella poesia di tutti i tempi, da Omero a Virgilio, a Ovidio, fino ai poeti amati, i più citati e più commentati Leopardi e Baudelaire, attraverso Dante e la poesia delle origini della nostra letteratura (ma i riferimenti ai poeti d’ogni tempo sono fittissimi e innumerevoli, tanto che, quando si farà una seconda edizione di questo libro, sarebbe auspicabile inserire un indice dei nomi degli autori citati che ne faciliterebbe la consultazione). In secondo luogo, il Trattato della lontananza è interpretabile come una dissimulata riflessione sulla propria poesia (Menhir), di cui le figure della lontananza appena elencate, spiegate nel contesto della tradizione poetica occidentale, costituiscono il miglior commento. Non è un caso, insomma, che la forma del trattato sembri incrinarsi per lasciare il posto sovente ai ricordi autobiografici: “Ricordo d’aver chiesto più d’una volta a Edmond Jabès…” (p. 29); “… quel suono leggero che chiude il verso nella parvenza di una figura irreale, lontanissima, perduta, mi riporta all’improvviso al tempo del liceo, non a un giorno preciso, ma in un succedersi di mattine primaverili…” (p. 30); “Nei ricordi delle mie partenze verso il Nord spesso c’è la luce che nel mare mostra una vela, e all’orizzonte, c’è…” (p. 32); “Privilegio di chi abita una piccola isola o una piccola penisola: poter vedere il sole tramontare in un mare e sorgere in un altro mare. Nel Salento accadeva che, ragazzi, andavamo nell’ultimo giorno dell’anno ad assistere al tramonto sulle rive dello Jonio, e aspettassimo il sorgere del primo giorno del nuovo anno sulle scogliere dell’Adriatico. Crescere tra due orizzonti marini: non so bene che cosa mi abbia dato questa condizione. Certo, anch’essa è all’origine di questo libro che vado scrivendo” (p. 42); e gli esempi potrebbero a lungo continuare. Non sono affatto intrusioni inopportune nella forma trattatistica, perché rispondono invece ad una precisa scelta e convinzione poetica: la cura di sé, la confessione, l’indagine interiore, le quali “hanno costruito grandi narrazioni” (p. 55), scrive Prete. Dalla cura di sé bisogna partire, dunque, per spingersi verso quell’oltre che è il mondo della lontananza: “La vera lontananza è quella del saggio. Lontananza dall’inquieta corsa verso l’illusorio appagamento del desiderio. Da Epicuro a Montaigne, da Epitteto a Leopardi questo sguardo da lontano è il fine della cura di sé, l’orizzonte di un assiduo esercizio spirituale” (p. 135).

Né si pensi che queste riflessioni di poetica attestino un disimpegno, una volontà di astrazione e di separatezza dell’autore dalla contingenza della vita reale, dal fare quotidiano, dalla prassi della politica. A questo proposito si legga il capitolo intitolato Cartografia fantastica (ovvero tutte quelle mappae mundi “da Atlantide all’Isola del Tesoro” (p. 119) che costellano la letteratura occidentale da Omero a Swift, da Platone a Stevenson, a Celati, passando per Dante), dove Prete scrive: “Il viaggio verso i regni dell’impossibile è il viaggio dell’immaginazione verso una terra dove si può trovare il risarcimento – certo, ancora fantastico – di quel che qui è negato, e si può, nello stesso tempo, apprendere il modo e la forma di una critica del tempo presente” (p. 116); e ancora: “Si tratta di dislocare lo sguardo fuori dal consueto, dal proprio, fuori da quel che appare come necessario e insostituibile. In questo modo l’immaginazione mostra la sua funzione politica: l’immaginazione non va al potere ma può disvelare gli inganni del potere” (p. 121). E allora noi capiamo che proprio questa intenzione anima Un anno a Soyumba, con dedica significativa a Gianni Celati (lo scopritore dei Gamuna), il racconto breve che Prete ha affidato all’Editore Piero Manni come numero 4 della collana i Chicchi nel 2008, nel quale si racconta di una fantomatica popolazione di un’isola lontana e irraggiungibile. Ma torniamo al Trattato della lontananza.

“Dialogo tra la finitudine e il suo oltre” (p. 148), questo è la lontananza, che assume le forme più varie, come, per esempio, l’esilio, condizione nella quale siamo immersi tutti, spesso senza saperlo (“Siamo, tutti, in esilio” p. 86) o “l’amore di terra lontana - l’amor de lonh dei poeti provenzali -” (p. 163), o infine “la lontananza fatta assoluta, irriducibile” (p. 173), la morte, come “lontananza dal vivente” che è “cancellazione del desiderio” (p. 187), poiché “la condizione vera del vivente” è “il suo respiro, che è la finitudine” (p. 188).

Eppure, in questa chiusa, in cui la morte domina sovrana personificata nella figura di Euridice - studiata nell’interpretazione che ne dà Rilke -, la fanciulla che non potrà rivivere e in cui sembra condensarsi tutta la souffrance universelle, Prete leopardianamente ha modo di riaffermare ancora una volta il valore della poesia: “Perché nella notte del senso, nella finitudine del vivente, persino nella lontananza del punto acerbo che di vita ebbe nome, la poesia è l’ultimo soffio vitale che resiste. Come il profumo della ginestra, essa si leva, impalpabile, leggera, preziosa, nel deserto del sentire, e del vivere.” (p. 188).

Lo stesso richiamo si può leggere in Invocazione, p. 124 di Menhir: resistere alla polvere dei giorni,/all’erosione della lontananza, quasi in controcanto poetico con la prosa del Trattato. E noi capiamo che questo è il compito, questo il messaggio che Antonio Prete definitivamente ci consegna.

 

 

 

Parliamo della bellezza, parliamo d’altro…

 

Fare esperienza della bellezza è una pratica quotidiana da cui nessuno può rimanere escluso. Chi accetterebbe di acquistare per esempio un’auto, con quello che costa, se innanzitutto non fosse attratto della sua bellezza? Del resto, quale merce non è pubblicizzata da immagini sensoriali che sarebbe difficile non definire “belle”: giovani uomini e donne dall’indiscutibile bellezza ci persuadono in continuazione a spendere il guadagno ricavato dal nostro lavoro in prodotti di cui la loro immagine, quando non suggerisce analogie lusinghiere (cioè, che anche noi potremmo essere così belli se solo comprassimo quel prodotto), ne certifica la bontà, esperibile purtroppo solo dopo l’acquisto. E che dire della cura del corpo, pardon, dell’immagine, per la quale spendiamo una parte non trascurabile del nostro reddito? Insomma, siamo immersi, come si dice, nella società delle immagini, in cui quel che importa è l’”apparire”, dietro il quale, se c’è l’”essere”, bene, altrimenti pazienza! Ed invece importa molto, se è vero che una disciplina filosofica, l’estetica, è chiamata ad occuparsi del “fenomeno tipicamente postmoderno della estetizzazione diffusa”. Lo scrive Paolo Pellegrino in un libro di pp. 352 dal titolo La bellezza tra arte e tradizione (Congedo Editore, Galatina 2008, p. 115) che costituisce una riflessione densa ed articolata sulla “bellezza”. Il libro è un vero e proprio trattato di estetica, e non a caso compare tra i Manuali di Comunicazione come n. 5 di Eidos, Collana di testi e saggi diretta dallo stesso Pellegrino (Università del Salento - Centro Interdipartimentale di Studi di Estetica). L’estetica, ovvero quella “disciplina filosofica che si occupa dell’arte e del bello”, il cui “nome deriva dal greco aisthetiké, aggettivo sostantivato che sottintende episteme (scienza), e significa propriamente “dottrina della conoscenza sensibile” ”(p. 35).

Dopo una Introduzione (pp. 7-26), nella quale si chiarisce che “questo libro mostra le tappe principali del percorso dell’idea di bellezza nella storia della civiltà occidentale”, ovvero è una “rassegna delle idee di bellezza attraverso i secoli” (p. 12), nel Capitolo primo, che occupa tutta la Parte prima del volume dal titolo L’enigma della bellezza (pp. 29-159), Pellegrino ricostruisce la lunga storia del concetto di bellezza, da Platone ai nostri giorni; prendendo le mosse, dunque, dalla definizione platonica dell’arte come mimesi, ovvero imitazione di imitazione, e del bello come “splendore del vero” (vedi la citazione in esergo). E’ da qui che si diparte tutta la riflessione del mondo occidentale sulla bellezza, attraverso Aristotele che, approfondendo l’intuizione platonica, rivendica il valore conoscitivo della poesia, e Plotino, che vede nell’Uno la molteplicità di vero, bene e bello ricondotta ad unità (vedi pp. 54-56), come sarà poi anche per Agostino, che definisce la bellezza come unità: “omnis pulchritudinis forma unitas est” (p. 39); arricchendosi poi  in Tommaso del concetto di claritas, “lo spendore che brilla nella simmetria” (p. 10), secondo la definizione già presente in Plotino, che avrà molta fortuna nel Medioevo.  Gli antichi, insomma, avevano ben chiaro che cosa fosse la bellezza e in che rapporto essa fosse con l’arte. Ne discutevano, certo, ma sempre avendo dei punti fermi ben precisi: che l’arte fosse sempre inferiore alla natura, che la dipendenza dell’uomo da Dio fosse cosa certa e che, dunque, all’uomo non fosse dato di creare, ma solo di imitare. Le cose cambiano in età moderna, quando improvvisamente tutto il patrimonio della conoscenza antica viene messo in crisi da un modo laico e spregiudicato di pensare. Albrecht Durer afferma per primo: “Che cosa sia la bellezza, non lo so” (citato anche in esergo). La domanda che si rivolge Durer  non richiede una risposta, che in ogni caso sarebbe improbabile e inesaustiva. Scrive Pellegrino, dando spiegazione del titolo del capitolo: “Affinché il gioco dei significati resti aperto, non occorrono dimostrazioni perentorie: l’enigma è necessario più di ogni verità” (p. 58); e ancora , facendo eco a Durer: “… che cosa sia la bellezza non lo sappiamo” (ibidem). La bellezza, dunque, a partire da Durer, è un enigma, e in quanto tale, ha sollecitato infinite risposte, tutte legittime, tutte parziali. Per esempio,  quella di Stendhal, che parla della bellezza come di “une promesse de bonheur”, che Adorno (citatissimo da Pellegrino) riprenderà in riferimento all’arte, con una significativa giunta: “L’arte è la promessa della felicità: una promessa che non viene mantenuta”. E già, lo dicevamo all’inizio, a proposito delle immagini allettanti della pubblicità. Per dirla con Pellegrino: “In quest’ottica s’inquadra il dispositivo messo in atto dall’industria culturale. Essa inserisce il bisogno di felicità in una programmazione e lo sfrutta…” (p. 61). In ogni caso, il dato di fondo è che, in questa impossibilità di sapere che cosa sia la bellezza, si innesta la definizione di Pellegrino, che per quanto appaia evasiva, e quella più appropriata per noi moderni: “… la bellezza è ciò che dà luogo al parlar d’altro. La bellezza diventa paradossalmente ciò che allontana l’attenzione da sé. Si potrebbe sostenere che, se c’è una possibile definizione della bellezza, non è tanto il suo allontanarsi in quanto trascendenza, ma è lo sfuggimento.  E’ bello ciò che dà luogo a un parlare d’altro, ciò che si sottrae, ma non nel senso che dà l’impressione di non essere afferrabile. E’ bello ciò che ti spinge fuori. Se c’è una portata estatica nell’esperienza del bello, ebbene è questo spingerci via… Questa è la storia in cui siamo coinvolti…” (pp. 59-60). Queste scarne certezze, cui noi moderni siamo giunti sulla scorta di pensatori come Nietzsche, Heidegger e Benjamin – per citare  solo alcuni dei più studiati da Pellegrino – è il risultato di un lungo lavoro filosofico che trova il suo momento fondante in quel periodo della filosofia tedesca tra fine Settecento e primo Ottocento che ha i suoi protagonisti in Kant ed Hegel: il primo intende l’estetica come una teoria della sensibilità (Critica del Giudizio), il secondo come una filosofia dell’arte (Estetica, soprattutto); al contrasto tra i due è da ricondurre in Italia la polemica tra Croce (Estetica, 1902), teorico dell’intuizione pura, e Gentile (Filosofia dell’arte, 1931) teorico di un’estetica “filosofica” (cfr. la n. 155 di p. 96).

Ed oggi?  In un’epoca in cui da molto tempo la bellezza ha divorziato dall’arte – sin dal celebre Estetica del brutto (1853) del neohegeliano Karl Rosenkranz – che ne è della bellezza? Pellegrino pensa che, sebbene la bellezza sia stata destituita dal mondo dell’arte “è lecito formulare l’ipotesi di una dislocazione [della bellezza] dall’universo artistico al “mondo della vita” “ (p. 97), pur col rischio di “un’estetizzazione diffusa, con una marcata tendenza all’edonismo della quotidianità” (p. 98). L’homo aestheticus odierno vive in un “sensualismo collettivo” secondo il quale “niente è più davvero importante e quindi tutto diventa importante”, ragion per cui “l’attuale spirito del tempo può essere paragonato alla sensibilità barocca” (p. 99), e in esso rientra a pieno titolo il tarantismo: “la tradizione viene destoricizzata e riassorbita nell’ambito di un generale processo estetizzante” (p. 26). Peccato che l’autore non abbia approfondito questo aspetto della questione, a mio avviso eminentemente estetica! Ha preferito, invece, affrontare il tema (si veda la Parte terza intitolata De Martino e la tradizione del tarantismo pp. 295-340) dal punto di vista della contaminazione tra eredità orfico-dionisiaca e tradizione cristiana del culto di San Paolo (Cfr. dello stesso autore Il ritorno di Dioniso. Il dio dell’ebbrezza nella storia della civiltà occidentale, Congedo Editore, Galatina 2003), per infine dichiararsi convinto – a nostro avviso con ipotesi tutta da verificare e, comunque, da sottoporre a critica (per es.: che cosa ne avrebbe pensato Adorno del tarantismo?) - che nel tarantismo “sia depositato un prisma che imprigiona i colori della nostra antica identità collettiva” (p. 340).

La Parte seconda del libro intitolata Tra estetica e poetica (pp. 161-294) è divisa in sei capitoli. L’autore vi riporta alcuni saggi già apparsi in rivista o in altri volumi, come si evince dalla Nota bibliografica di p. 341: Alle origini della formazione della critica d’arte (2003), Il diario filosofico di Kant (1764-1768) (2003), Tendenze dell’estetica del Novecento (1999), Poetica e realtà sociale: Storie di contadini di Martino Abatelillo (1998), e infine, nella Parte terza, il già menzionato Dopo Schneider e De Martino: le nuove prospettive di ricerca sul mito e sul tarantismo (2001). Inedito è il capitolo VI della Seconda parte dal titolo Etica ed Estetica del Romanzo, nel quale l’autore passa in rassegna le posizioni filosofiche sulla questione di Croce, Adorno e Lucàcs, di cui ci risulta difficile dar conto nello spazio di una breve recensione, da cui non può che rimaner fuori tutta la vastissima erudizione dell’autore. Ma è certo che questo capitolo, rispetto agli altri, appare più rispondente alla prima parte del libro, costituendone un ottimo approfondimento. In particolare la conclusione di Pellegrino deve essere tenuta a mente da chiunque si accosti a questi temi, che cioè “l’etica, non la prurigine moralistica o quella strategicamente orientata, è il fondamento dell’estetica” (p. 294) e che ai narratori deve essere richiesto di “realizzare l’unica etica che appartiene a loro, l’etica del racconto” (ibidem). E su questo non si può che essere d’accordo.

 

 

 

Alla ricerca della felicità


A distanza di quattro anni dal suo primo romanzo dal titolo La falce di luna (Editrice EdiPan, Galatina 2004), Rino Duma pubblica La scatola dei sogni con sottotitolo Romanzo d’avventura (Editrice “EdiPan”, Galatina 2008), un secondo romanzo di 436 pagine dedicato “A Zeffirino Rizzelli / uomo illuminato e probo / ricco di saperi e d’umanità”, come si legge in limine, e presentato da Maurizio Nocera.

Il lettore deve sapere che il sottoscritto ha avuto la ventura di leggere il romanzo prima che fosse pubblicato, in quella fase diciamo così interlocutoria, quando l’autore ha finito di scrivere e, fornendo agli amici copia del dattiloscritto, va sondando la reazione del lettore, al fine di migliorare l’opera. Così, quando, poco prima di Natale, Rino Duma mi ha consegnato una copia del suo ultimo romanzo appena uscita dalle macchine delle Arti Grafiche Panico, io ho avuto tra le mani un’opera che già conoscevo, ma resa più attraente dalla bella veste tipografica, che si fregia in copertina di un quadro di Tuccio Cascione e, nell’interno, di numerose fotografie che mostrano i luoghi dove si svolge il romanzo e di sette illustrazioni della bravissima Luisa Coluccia, che è stata capace di dar vita artistica a figure e paesaggi della “stupefacente narrazione” (p. 10), come Nocera definisce il romanzo di Duma.

Si sarà capito, dunque, che Rino Duma per me è prima di tutto un amico e poi un romanziere. Diciamo pure che per me è un amico-romanziere, e questo mi pone nei suoi confronti in un rapporto tutto particolare. Difatti, non c’è riga ch’io legga di suo, non c’è situazione da lui descritta o discorso pronunciato da un suo personaggio, ch’io non riveda il volto dell’amico e non ne risenta la voce, per me così familiari. Sicché io sarei la persona meno indicata per scrivere del suo libro, perché le due prospettive, quella amicale e quella per così dire recensoria, si confondono dentro di me e rischiano di farmi dire delle sciocchezze. Devo dire, però, che proprio questo rischio, cioè di non riuscire a recensire in modo oggettivo (ma esiste davvero l’oggettività?) l’opera di un amico, lungi dal farmi desistere dallo scrivere dell’opera di Duma, mi sprona a farlo, quasi sfidandomi al cimento, ed io, per parte mia, non mi tiro indietro.

Cominciamo, allora, dalla trama. Il protagonista è un americano, Joe Harrus, di Seattle, che fin da piccolo sogna di poter diventare un pilota d’aereo. Fattosi grande, sposato e con figli, realizza il suo sogno, ma un giorno ha la disavventura di precipitare sull’isola di Tofua, posta al centro dell’arcipelago di Tonga, nel Pacifico, un’isola inospitale e apparentemente deserta. Joe si salva insieme ad altre tre persone. Ben presto i quattro scopriranno di non essere soli sull’isola. Sull’altro versante, infatti, abitano degli indigeni, i Tohiea, che vivono in armonia tra loro e con la natura e senza contatto con la civiltà. Joe e i suoi compagni di avventura, grazie alle loro conoscenze di uomini civilizzati, aiutano in mille modi questa popolazione, ma introducono anche una sorta di disarmonia, soprattutto a causa della diffusione della moneta, che attizzerà la cupidigia o, per dirla con l’autore, l’amor proprio, a danno dell’amore comune. L’inaspettato ritrovamento di alcune imbarcazioni consente a Joe di mettersi in mare e di approdare su una terra civilizzata, da dove tornerà a casa. Sono passati quasi quattrordici anni, il padre è morto di cancro, i figli sono morti in un incidente stradale e la moglie si è rifatta una vita con un altro uomo.  A Joe non resta che vendere le pietre preziose che aveva portato con sé e ritornare là da dove era venuto, con aiuti umanitari al seguito. Sull’isola trova una situazione da guerra civile, che riesce a sedare perché ha con sé dei fucili. Così conquista il potere e salva l’isola dalla speculazione edilizia. Continuerà legittimamente e illuminatamente a governare fino alla morte collocata nell’anno 2043 dell’era cristiana. Dimenticavo di dire che il titolo trae spunto dalla circostanza infantile nella quale una maga, credendo di ingannare il piccolo Joe, gli vende una scatola in cui il ragazzo pensa di aver depositato il suo grande sogno. A conclusione del romanzo, il novantaseienne Joe toglierà il sigillo alla scatola, e si scoprirà che il suo sogno non poteva che consistere in una viaggio verso il Settimo Cielo, dove regna il grande spirito di Ta’ aroa, una specie di Zeus degli indigeni con cui Joe è vissuto.

Fin qui la descrizione della trama, nelle sue linee essenziali, che inevitabilmente lascia fuori più di quanto riesca a contenere. Allo stesso modo, trascurerò tutti i personaggi minori del romanzo, per analizzare meglio il personaggio principale, che è il vero motore dell’azione narrativa.

Il personaggio protagonista, come si è capito, è Joe, un pilota americano dotato delle più alte idealità. Egli vorrebbe portare la civiltà in un luogo primitivo, ma una civiltà depurata da tutto ciò che di negativo essa porta con sé: l’attaccamento ai beni materiali, l’interesse particolare, l’amor proprio spinto fino alla negazione dell’amore comune, ecc. Insomma, alla base di ogni ragionamento di Joe vi è il pensiero utopico, di ascendenza campanelliana, e prima ancora platonica, come Nocera nota nella Prefazione, e infine, dico io, americana, della perfezione (ovvero della felicità) da realizzarsi in questo mondo. Questi è Joe, un americano alla ricerca della felicità per sé e per gli altri. E Duma si è premurato di fornire al lettore tutto l’armamentario ideologico che ha mosso la mano dello scrittore e che poi è alla base del sistema di pensiero del protagonista. Lo ha fatto nelle Considerazioni conclusive dell’autore (pp. 427-436), nelle quali questi, partendo da una serrata critica della società odierna, approda alla descrizione di un possibile mondo migliore. Egli auspica la formazione di “un’unica comunità mondiale”, guidata da uomini “caratterialmente forti, determinati, di ampie vedute”, in grado di risolvere i problemi da cui è attanagliato il mondo moderno: la crisi economica, la crisi demografica, la crisi dei valori, soprattutto dei giovani, che occorre educare all’amore comune, non certo all’amor proprio. E che questo progetto non sia soltanto di Duma, ma anche del protagonista Joe, ce lo dice lo stesso autore, in questo modo: “Questo grande e complesso progetto rappresenta una delle poche strade percorribili dall’umanità per venir fuori dal ginepraio in cui s’è cacciata, ma è anche l’insieme dei desideri che Joe Harrus ha depositato nella sua “scatola dei sogni”. Per quasi tutta la vita il pilota americano si è adoperato, riuscendoci, alla costruzione del “villaggio celeste” nella sperduta isola di Tofua nel Pacifico, grazie anche all’aiuto degli amici Tohiea, per loro natura predisposti all’amor comune” (p. 435).

La mia disposizione amicale, quella che mi induce a sentire nelle parole del romanzo la voce di Rino Duma, sembra trovare conferma, dunque, in questa dichiarazione d’autore, in cui egli si sovrappone al personaggio (bene ha fatto l’autore, allora, a posporla al testo narrativo, per non soverchiare il lettore indirizzandolo sin dall’inizio), si confonde con esso a tal punto da dar vita ad un unico attante narrativo: Joe Harrus è Rino Duma, a dispetto di ogni narrazione in terza persona. In questo desiderio di identificazione, che si inquadra all’interno d’un pensiero utopico antico, rivisitato in chiave moderna, in questo conato verso un mondo migliore, che trova espressione nell’oggettivazione letteraria delle proprie idee e in pensieri a lungo meditati, consiste l’arte narrativa di Rino Duma, che trasporta il lettore in luoghi ameni percorsi dal suo alter ego coi modi avventurosi dei personaggi salgariani. Sicché al recensore che abbia compiuto questo viaggio lontano in compagnia di Joe Harrus non dispiacerà affatto essere amico di Rino Duma, col quale ha compiuto più di una tranquilla passeggiata per le vie cittadine discutendo di un possibile quanto utopico mondo migliore, alla ricerca della felicità: pro bono hominis, s’intende.