Leggere gli altri 4 Stampa
Recensioni
Lunedì 27 Giugno 2011 07:25

-         Il sole dell’avvenire (recensione a Debora De Fazio, “Il sole dell’avvenire”. Lingua, lessico e testualità del primo socialismo italiano, Congedo Editore,  Galatina, 2008), “Il Galatino” di venerdì 10 aprile 2009, p. 4.

-         Biblioteche a Galatina: no grazie! (recensione a Il sapere della nazione. Desiderio Chilovi e le biblioteche pubbliche del XIX secolo, a cura di Luigi Blanco e Gianna Del Bono, Trento, Sovrintendenza per i beni librari e archivistici della provincia autonoma di Trento, 2007), “Il Galatino” di venerdì 24 aprile 2009, p. 3.

-         Il regno della famiglia Imperiale (recensione a Vita Basile, Gli Imperiale in Terra d’Otranto. Architettura e trasformazioni urbane a Manduria, Francavilla Fontana  e Oria tra XVI e XVIII secolo, Congedo Editore, Galatina, 2008), “Il filo di Aracne” a. IV – n. 1, gennaio-febbraio 2009, pp. 22-23; poi ne “Il Paese Nuovo” di mercoledì 13 maggio 2009, p. 7.

 

-         Paesi e politiche culturali (recensione a Un paese da sfogliare. Cavallino di Lecce alla luce della ricerca sociale, Franco Angeli, Milano 2008), “Il Galatino” di venerdì 15 maggio 2009; poi col titolo Un paese da sfogliare ne “Il Paese Nuovo” di martedì 30 giugno 2009, p. 7.

 

 

Il sole dell’avvenire

Con un amico venuto da fuori passeggiavo per le strade della vecchia Galatina, qualche tempo fa. Eravamo in Corso Garibaldi. Avevo appena presentato all’amico l’avvocato Carlo Caggia, fermo nei pressi del Bar Eden. Vedendomi calato nella parte del Cicerone, Carlo mi aveva suggerito di far leggere all’amico l’epigrafe posta sulla facciata di casa Vernaleone e di mostrargli “la parte rossa della città”: alludeva a Piazza della Libertà (“fagli leggere anche l’epigrafe dettata da Lucio Romano in ricordo di Carlo Mauro!” mi raccomandava), Piazza Carlo Galluccio e dintorni, dove un secolo fa si addensava la popolazione contadina, i braccianti, e dove si facevano i comizi dei “rossi”. Si scusava di non poterci accompagnare perché aveva già compiuto la sua passeggiata serale e non se la sentiva di continuarla. Io e il mio amico proseguimmo da soli fino a casa Vernaleone. Ecco l’epigrafe, dettata da G. Porzio il 25 gennaio 1914: “Il dottor Paolo Vernaleone / Al capezzale degli infermi e nei tuguri dei derelitti / Sentì balzare radiosa nell’animo / La visione / Di una nuova umanità / Gettò sui dolenti la luce dell’idea e lo squillo di guerra / Poi cadde a mezzo del cammino / Colla fronte illuminata / Dai fulgori della speranza / Al gagliardo condottiero / L’esercito in marcia / pose questo ricordo”.

“E’ un esempio di prosa del socialismo-umanitario”, mi disse l’amico, dimostrando di comprendere appieno il significato dell’epigrafe. Gli raccontai che in quella casa, nel lontano 29 giugno 1893, era stata fondata la Federazione Provinciale Salentina Socialista, ad opera dei pionieri del socialismo salentino: Cosimo Rubino, Agesilao Flora, Vito Mario Stampacchia, lo stesso Paolo Vernaleone, Carlo Mauro e pochi altri erano lì, quella sera di San Pietro, e discutevano e parlavano dell’idea socialista, del sole dell’avvenire, e il loro linguaggio era quello, fatto d’un lessico in cui, accanto a parole che richiamavano la condizione atroce di buona parte dei contadini (“infermi”, “tuguri”, “derelitti”), comparivano parole di riscatto, di speranza, ed anche di dura lotta, parole militari, come “condottiero”, “esercito”, “marcia”; e poi una parola dalla funzione destinata ad avere la meglio sulle altre: “ricordo”, il ricordo di tutto quanto accadde allora, che almeno una iscrizione avrebbe dovuto conservare.

Passammo oltre, io e il mio amico venuto da fuori, ragionando d’altro. Ma ora ho appena finito di leggere la tesi di dottorato, riveduta, rielaborata e ampliata, di Debora De Fazio, “Il sole dell’avvenire”, con sottotitolo Lingua, lessico e testualità del primo socialismo italiano, Presentazione di Max Pfister, Mario Congedo Editore, Galatina 2008, pp. 606 (numero 33 delle Pubblicazioni del Dipartimento di Filologia, Linguistica e Letteratura dell’Università del Salento), e tutto questo mi è tornato in mente come fosse la giusta condizione esistenziale su cui si è innestata, dopo qualche tempo, la lettura del libro in questione.

Debora De Fazio, dottore di ricerca in “Linguistica storica e storia linguistica italiana” (non sono ingegnosamente barocchi i titoli di certe cattedre?) e assegnista presso il Dipartimento sopra citato, nei quattro capitoli che compongono la parte esplicativa del libro (pp. 11-150), studia la lingua dei socialisti italiani in un corpus di testi (giornali, riviste, discorsi, lettere, ecc.) relativo al “periodo compreso tra la costituzione della prima Internazionale (il 1864) e la fine della seconda (il 1914)” (p. 11). Nel primo capitolo, intitolato L’analisi linguistica (pp. 23-62) De Fazio passa in rassegna la grafia, la fonologia, la morfologia, la sintassi della lingua socialista, e vi rinviene “una sostanziale corrispondenza con la norma scritta coeva” (p. 23) e un desiderio “normalizzatore”, ovvero “di sostituire l’unità alla molteplicità” (p. 24).

Il secondo capitolo, dal titolo Struttura analitica e testuale-argomentativa del vocabolario socialista (pp. 63-121), esamina le strutture retoriche, di parola (anafora, anadiplosi, tricolon, poliptoto, ecc.) e di pensiero (interrogative retoriche, ossimoro, allegoria, prosopopea, ecc.), che, se da una parte conservano “alcuni tratti tipici della retorica tradizionale”, dall’altra sono subordinate “alla necessità di sviluppare una nuova… retorica…” (p. 64). Infatti, “l’intento imprescindibile è certamente quello di spiegare al destinatario i concetti essenziali della nuova dottrina…” (p. 87). Esempio eloquente è un testo scritto da Angelo D’Ambrosio, I dieci comandamenti della legge sociale spiegati al popolo, che fanno il verso ai comandamenti della religione cattolica e stabiliscono i principi fondamentali della “nuova religione” (pp. 95-97). E tale appariva il socialismo ai suoi primi sostenitori, una nuova e vera religione, che avrebbe dovuto affiancare la vecchia, ridotta a fatto di coscienza, oppure alla vecchia del tutto sostituirsi.

Terzo capitolo: Principali tendenze nella formazione delle parole (pp. 123-144): De Fazio studia la prefissazione, la suffissazione, l’alterazione, la parasintesi, la composizione, la derivazione a suffisso zero, facendoci entrare nel laboratorio linguistico socialista, dove troviamo “elementi molteplici che provengono da modelli diversi” e si riferiscono “a termini di sicura pertinenza politica ma anche a codici e sottocodici tecnici di vario tipo” (p. 123).

Infine, nel capitolo quarto, intitolato L’elemento alloglotto (pp. 145-150), De Fazio rinviene nel francese la lingua europea che ha avuto maggior influenza sulla lingua del socialismo, coerentemente con la tendenza dell’Ottocento che “fa registrare un vero e proprio boom del francesismo” (pp. 146-147), mentre secondario appare il ricorso alla lingua inglese, spagnola e tedesca, ecc.

Segue il Glossario che contiene 1150 lemmi, accuratamente selezionati nella lingua politica ottocentesca, opera questa faticosissima per l’autrice, che pertanto ha meritato il plauso di Max Pfister, il celebre linguista filologo dell’Università di Saarbrucken, autore tra l’altro del LEI (Lessico Etimologico Italiano), che firma, come si è detto,  la Presentazione (pp. 9-10). Il volume è corredato da una Bibliografia, da un Elenco dei lemmi del glossario, e da un Elenco delle retrodatazioni, cioè di tutte quelle parole per le quali l’autrice è riuscita a individuare una fonte cronologicamente precedente rispetto a quella finora individuata da altri lessicografi.

Dopo aver letto questo libro, passando per Corso Garibaldi, mi sono fermato davanti alla casa che fu di Paolo Vernaleone. Ho riletto l’epigrafe a lui dedicata. E mai possibile – mi sono detto - che tutti i discorsi che facciamo siano destinati a finire come lemmi in un glossario? Certo, questo è stato il destino del socialismo italiano di fine ottocento, il destino della lingua socialista, degli alti ideali che il sole dell’avvenire dischiudeva, degli uomini che ora sono polvere sparsa nella terra, anche di coloro che nei decenni seguenti tennero accesa “la luce dell’idea” lungo tutto il Novecento. Tuttavia quell’epigrafe era davvero bella, come può esserlo una speranza sempre fulgida, lontana nel tempo, come un’idea felice, come un “ricordo”, se questo può consolarci.

 

 

Biblioteche a Galatina: no grazie!

La Soprintendenza per i beni librari e archivistici della Provincia autonoma di Trento nel 2007 ha dato alle stampe un ottimo volume collettaneo (terzo della Collana Biblioteche e bibliotecari del Trentino) di 268 pagine, oltre alle XVII di introduzione, dal titolo Il sapere della nazione, con sottotitolo Desiderio Chilovi e le biblioteche pubbliche del XIX secolo, atti del convegno tenuto a Trento in occasione del centenario della morte di Desiderio Chilovi, il 10 – 11 novembre 2005, a cura di Luigi Blanco, dell’Università di Trento, e di Gianna del Bono, dell’Università di Pavia.

Il volume è diviso in tre sezioni, dal titolo rispettivamente Desiderio Chilovi tra professione e politica culturale, La questione bibliotecaria nell’Italia liberale, Bibliotecari trentini tra Impero asburgico e Regno d’Italia, e ruota intorno alla figura di Desiderio Chilovi (Taio (TN), 1835 - Firenze, 1905) “il primo bibliotecario italiano… in senso moderno”, scrive Gianna Del Bono nel suo intervento (Desiderio Chilovi: per una bibliografia professionale, pp. 3-23), poiché per lui “la scelta della professione bibliotecaria è per così dire totale: il suo impegno, la sua attività, in suoi studi, le sue letture partono dalla biblioteca e vi convergono” (p. 3).  Chilovi pensa che la biblioteca abbia un “ruolo centrale e insostituibile nello sviluppo complessivo di un paese”. Non luogo di deposito e di conservazione, ma “struttura informativa, che deve accompagnare l’individuo nella sua crescita culturale e civile” (p. 5).

Ebbene, le cose che Chilovi andava pensando e scrivendo subito dopo l’unità d’Italia, mantengono ancor oggi, ad un secolo e mezzo di distanza, tutta la loro attualità, e non semplicemente per la cifra di ragionevolezza che le contraddistingue, ma perché sono rimasti immutati i mali che esse avrebbero voluto correggere, soprattutto nel Meridione d’Italia. E’ quanto basta a rendere questo volume di grandissimo interesse per chi abbia a cuore le sorti del nostro, dico proprio di noi galatinesi, patrimonio bibliotecario.

Quali sono, dunque, i problemi che Chilovi andava ponendo nella seconda metà del XIX secolo? La formazione professionale del bibliotecario, che ha “un ruolo centrale nei processi di mediazione e di comunicazione che si svolgono nella biblioteca” (p. 7), la necessità di costruire un sistema interbibliotecario “più efficace per garantire la massima circolazione dell’informazione” (p. 11) – di qui l’importanza del Bollettino delle pubblicazioni italiane -, la scarsa o nulla autonomia del bibliotecario rispetto all’amministrazione burocratica dello Stato che ne blocca l’opera, la cronica eterna mancanza di risorse da destinare alle biblioteche - mentre per qualunque minchioneria, com’ebbe a dire il Manzoni, non mancano mai danari -, questi e altri problemi poneva Chilovi tanto tempo fa da una postazione privilegiata com’era quella di direttore della Marucelliana prima (1879-1885) e della Nazionale di Firenze poi (dal 1885 per circa vent’anni). Ne è una testimonianza  lo scritto dello stesso Chilovi dal titolo Il governo e le biblioteche (1867) citato da Giovanna Granata (Temi e dibattiti della biblioteconomia italiana nella seconda metà dell’Ottocento pp. 25-44), dove tra gli altri temi Chilovi affronta quello del rapporto tra scuola e biblioteca, così riassunto da Granata: “la biblioteca è… un’istituzione pienamente collocata all’interno del più complesso sistema dell’istruzione; essa integra e completa quelli che sono i compiti della scuola in tutte le sue articolazioni e gradi, dai più bassi ai più elevati” (p. 30). Parole sante e foriere d’una modernità magnifica e progressiva, se non fossero rimaste lettera morta per i decenni seguenti, fino ad oggi. La responsabilità di questa mancanza, come afferma Patrizia Ferrara (I luoghi istituzionali della cultura dell’Italia unita e l’identità nazionale: politiche a confronto pp. 83-121) non può che essere attribuita alla classe dirigente liberale dell’epoca che, “compiendo un grande errore di valutazione storica e politica e dimostrando un grosso limite culturale, subito dopo l’unità, aveva preso … in considerazione l’aspetto eminentemente conservativo e museale delle biblioteche” (p. 103), errore che continua a perpetuarsi nel disinteresse generale dell’opinione pubblica, distratta da più attraenti spettacoli di nani e ballerine.

Sorvolerò sui pur interessanti interventi di Paolo Traniello, di Simonetta Buttò, Alberto Petrucciani, Gian Maria Varanini, Arnaldo Ganda, Piera Graifenberg, Giovanni Delama, Vittorio Carrara, Stefano Piffer, per fermarmi sullo scritto di Luigi Blanco, - firmatario, insieme a Gianna Del Bono, anche dell’Introduzione -, dal titolo Le Biblioteche in aula: dibattiti parlamentari e scelte politiche (pp. 59-82), non tanto e non solo per la vicinanza amicale, quanto perché ci offre qualche prova in più circa il su citato “grande errore di valutazione storica e politica” della classe dirigente liberale sulla questione delle biblioteche.

Blanco, dunque, è andato a sfogliare con grande pazienza i volumi contenenti “i dibattiti parlamentari che hanno affrontato nel corso dell’età liberale il tema delle biblioteche nelle sue molteplici problematiche” (p. 61) ed ha scoperto due cose: 1: “la marginalità della questione bibliotecaria nei lavori del parlamento” (p. 62) “(che ahimé! arriva fino ai nostri giorni)”; 2: “l’assenza di grandi dibattiti sulle biblioteche….. Costretto nelle pieghe del bilancio della pubblica istruzione il tema delle biblioteche diventa sempre più minuto e frammentato, circoscritto a questioni di dettaglio…” (p. 63). Insomma, per dirla in modo brutale, alla classe politica italiana dell’epoca liberale – ma, sì è detto, la cosa dura fino ai nostri giorni – delle biblioteche non è mai importato un bel niente, tanto è vero che ancora oggi manca una legge organica sulle biblioteche (p. 80).

Il discorso, certamente, rientra nel più generale problema della scarsa attenzione di chi governa per i problemi dell’istruzione e della ricerca. Lo si vede bene in questi mesi, nei quali scuola e università, pur molto bisognose di riforme, sono fatte oggetto di tagli indiscriminati, che colpiscono ricercatori, studenti e studiosi. Ma lo si vede anche a livello politico comunale, dove non esiste, non è mai esistita, una politica bibliotecaria all’altezza dei tempi. Penso, per fare un esempio, alle migliaia di libri custoditi negli armadi dell’Istituto Tecnico Commerciale e per il Turismo “Michele Laporta” o della Scuola d’Arte “Gioacchino Toma”, di cui nessuno sa nulla perché nessuno ha fatto nulla per valorizzare quelle biblioteche; alla Biblioteca del “Colonna”, nella quale l’ultimo libro catalogato risale al 21 luglio 2006, secondo quanto è scritto nell’home page del catalogo online consultabile al sito www.bibliowin.it/liceocolonna alla voce “statistiche” (e dopo questa data, che cosa è successo?); penso alla scarsezza delle risorse destinate a tutte le morenti biblioteche scolastiche del nostro territorio, alla Biblioteca “Pietro Siciliani”, alla Biblioteca della “Casa di Dante”, che – sono convinto – il proprietario volentieri metterebbe a disposizione di tutti se ci fosse un concreto interessamento pubblico; penso al mancato coordinamento e alla mancata valorizzazione di queste realtà potenzialmente ricchissime, se unite in sistema, e alla conseguente impossibilità dei nostri figli di poter studiare in una terra dove non c’è mai stato un politico che capisse che cosa significa mettere a disposizione dei cittadini una vera biblioteca. Il problema è che non si intravede all’orizzonte neppure un politico che si lasci consigliare! Ma questa, ahimé, è una storia antica…

 

 

Il regno della famiglia Imperiale

Poco dopo aver partecipato alla battaglia di Lepanto del 1571, decisiva per le sorti dell’epocale conflitto tra i Turchi e l’Occidente cristiano, un soldato e proprietario di galere, figlio di banchieri genovesi, Davide Imperiale, acquista il feudo di Francavilla con Oria e Casalnuovo (Manduria), cioè una fascia di territorio molto vasta compresa tra lo Ionio e l’Adriatico,  dando origine ad una svolta nel governo di quest’area della Terra d’Otranto; il governo di una famiglia, gli Imperiale appunto, che vi regnò con titolo principesco fino al 1782, data coincidente con la morte di Michele IV, ultimo discendente della dinastia. Si comprende bene come il dominio incontrastato o quasi (pare che ad Oria ci sia stato qualche problema col Vescovato e con l’Università, ragion per cui meno definito fu l’influsso degli Imperiale ad Oria) di due secoli e più di questa famiglia abbia determinato le sorti non solo delle tre città mentovate, ma anche del territorio rurale circostante e di non pochi borghi viciniori. E’ quanto si evince dalla lettura della tesi del dottorato di ricerca in Storia e critica dell’Architettura (Seconda Università di Napoli) di Vita Basile, approfondita nella pubblicazione in un volume ricchissimo di fotografie col titolo Gli Imperiali in Terra d’Otranto. Architettura e trasformazioni urbane a Manduria, Francavilla Fontana e Oria tra XVI e XVIII secolo, Mario Congedo Editore, Galatina 2008, pp. XVI-165, edito col n. 6 della Collana Architettura e Città diretta da Vincenzo Cazzato. Lo stesso Cazzato firma la Presentazione, dichiarando di considerare lo studio di Vita Basile come “un importante tassello dell’Atlante tematico delle residenza nobiliari nell’Italia meridionale, opera quest’ultima coordinata da Marcello Fagiolo” (p. VII). Segue la Prefazione di Giosi Amirante che riassume il contenuto del volume, e mette in luce la correttezza metodologica di Vita Basile.

Questo libro ha come destinatari non soltanto gli specialisti (architetti, urbanisti, storici) ma anche il pubblico vasto dei lettori amanti della storia locale, e ha il merito di farci fare, senza spostarci da casa, una gita fuori porta molto istruttiva, poiché ci conduce, come ho detto, nelle città di Francavilla e Oria (provincia di Brindisi) e di Manduria (provincia di Taranto), che un tempo gli Imperiale amministrarono come un unico feudo. E si trattò indubbiamente, a quanto si evince da questo studio, di amministratori illuminati e mecenati attenti tanto allo sviluppo dell’assetto urbanistico delle tre città quanto alla valorizzazione del territorio rurale circostante. Le città dovevano diventare, per questi genovesi trapiantati al Sud - a cui evidentemente mancava lo sfarzo della città ligure -, l’espressione del loro potere e della loro grandezza. Per questo motivo Michele II Imperiale detto Michelino, primo principe dei Francavilla, nel 1643 provvide a far disegnare da un anonimo artista (forse Carlo Francesco Centonze, di Francavilla) le tre vedute di Manduria, Francavilla e Oria (ora preso l’Archivio di Stato di Napoli) che furono esposte nelle sale di rappresentanza del palazzo di Francavilla: “Le tre vedute” scrive Basile, “riflettono l’intento di rappresentare “in una veste altamente celebrativa” la configurazione assunta dalle città e il desiderio della famiglia di entrare di diritto nel panorama nazionale e internazionale” (p. 95).

A queste tre vedute si affiancano La Pinta del territorio di Oyra [sta per Oria] e la Descrizione del territorio di Francavilla (conservate nel medesimo Archivio di Napoli), e molti altri disegni commissionati dagli Imperiale, che attestano, come s’è detto, “un notevole interesse, da parte della famiglia, per il territorio rurale” (p. 95): “… opere di sfruttamento dei fiumi, delle saline, delle fonti, di costruzione di mulini e villaggi, di concessioni di terre secondo regole ben precise”, come nel caso della decisione di accogliere, verso la metà del ‘600, Greci e Albanesi – testimonianza, se ce ne fosse bisogno, di come sia antica la storia dell’immigrazione, della sua regolamentazione e del suo sfruttamento nel Salento ad opera dei potenti di turno - per popolare e rendere produttivo il territorio di Motunato, della Stornara, di Columena, ecc.. Ragion per cui Basile può concludere che “tanto all’interno dei centri urbani quanto nell’agro circostante, gli Imperiale attuarono dei programmi rigorosi e dei piani (urbanistici e territoriali) a dir poco innovativi che conferirono nuova linfa alle attività economiche e, di conseguenza, alla produzione artistica dei centri in questione” (p. 112).

Certo, oggi il territorio rurale è molto cambiato, il latifondo per fortuna ha subito notevoli trasformazioni e così pure i centri cittadini sono stati modificati da due secoli e più di interventi umani successivi al dominio degli Imperiale. Ma nella gita fuori porta che consigliamo, il lettore non potrà mancare di visitare il palazzo Imperiale di Manduria, con la sua “scalinata  monumentale” (p. 127) o il castello di Francavilla, con la sua scala “di notevole effetto scenografico” (p. 127), opere di diverse generazioni di maestranze - locali e venute da fuori, Napoli e Roma in particolare, maestranze a cui Basile è sempre molto attenta -  che trovano solo nel primo quarto del Settecento una loro compiuta realizzazione. Il terremoto del 1743 le deturpò senza distruggerle ed anzi divenne spesso incentivo per restauri e nuove costruzioni. Il Settecento: “il secolo dell’architettura civile” (p. 78), certo, ma anche religiosa, se pensiamo al gran numero di conventi e chiese che furono eretti da non pochi ordini religiosi (Agostiniani, Domenicani, Francescani e, soprattutto, Scolopi, questi ultimi favoriti dal cardinale Giuseppe Renato Imperiale tra la fine dei ‘600 e i primi del ‘700) attratti in questo territorio fertile e ricco dalla munificenza degli Imperiale. Il potere politico e quello religioso, il trono e l’altare, secondo il modello consolidato dell’ancien regime, trovano nell’edilizia profana e sacra del regno degli Imperiale una esemplificazione molto significativa di una civiltà ormai da tempo tramontata, della quale, in questo tipo di pubblicazione si avverte sempre una certa malcelata nostalgia.

Il volume è corredato da una Appendice documentaria a cura di Vita Basile e con la collaborazione di Nicola Claveri, nella quale sono riportati alcuni documenti rinvenuti negli archivi di Napoli e Roma, utilizzati e citati ampiamente in corso d’opera; e da una Bibliografia dei manoscritti e delle opere a stampa citate. Infine, chiude l’opera un utilissimo Indice dei nomi e dei luoghi, che rende agevole la consultazione anche rapsodica del libro.

 

 

Paesi e politiche culturali

Ho sotto gli occhi Un paese da sfogliare con sottotitolo Cavallino di Lecce alla luce della ricerca sociale, Franco Angeli, Milano 2008, pp. 167, a cura di Sarah Siciliano, un volumetto agile edito nella Collana Scienze della Comunicazione diretta da Mario Morcellini e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia. E’ il frutto di una collaborazione tra numerosi ricercatori e dottori di ricerca, soprattutto dell’Università del Salento, ed è stato realizzato nell’ambito della ricerca “Conoscere il patrimonio culturale per pianificare il territorio: gestione culturale ed economica dei beni”. I destinatari privilegiati di questo libro sono gli studenti universitari dei corsi di Sociologia, Comunicazione, Beni Culturali, Economia, le Pubbliche Amministrazioni, ed anche gli operatori delle politiche sociali e culturali e i professionisti della progettazione territoriale, com’è scritto in quarta di copertina; ma chiunque potrà leggerlo con interesse, perché rappresenta una buona occasione per capire come un paesino della nostra provincia venga considerato attraverso la specola della ricerca sociale. Chi voglia, poi, approfondire le cose, potrà avvalersi di un supporto web accessibile sul sito dell’editore: www.francoangeli.it.

Cavallino è un paesino della cintura periferica leccese (5 km circa dal centro del capoluogo), e, insieme alla frazione di Castromediano, conta poco meno di 12.000 abitanti, come si desume dal saggio di Carla Izzi dal titolo Popolazione, economia e cultura: una comunità tra passato e presente (pp. 21-48). In poco meno di trent’anni il paese passa da un’economia agricola ad una dei servizi, dal primario al terziario, mentre il secondario arranca o è addirittura inesistente,  e questi cambiamenti sono accompagnati, nel giro di pochi anni, da un notevole cambiamento dell’assetto urbanistico. Viene rifatta la piazza, viene restaurato il Convento dei Domenicani, affidato in comodato d’uso all’Università del Salento per 50 anni, dove si insedia la Scuola di specializzazione in Archeologia e poi il settore Patrimonio Culturale: Conoscenza e Valorizzazione della Scuola Superiore Isufi (Istituto Superiore Universitario di formazione Interdisciplinare); nel 2003 si inaugura il Museo Diffuso, un’area archeologica messapica di 27 ettari diretta dal prof. Francesco D’Andria, ed altro ancora. Insomma, dal 1998 in pochi anni si spendono 2.000.000 (dico due milioni) di euro, col fine dichiarato di promuovere la cultura del territorio, in realtà per sistemare un altro tassello di quello che con troppa enfasi qualcuno ama chiamare il Grande Salento. Patron di questo progetto è l’onorevole Gaetano Gorgoni, “già sindaco di Cavallino per le ultime tre legislature, oggi vicesindaco con delega alle attività culturali, alle attività produttive e all’ambiente”, definito dalla curatrice del volume “degno erede di Sigismondo Castromediano”, di cui non a caso ha “ereditato il castello, dove vive con la sua famiglia” coltivando “l’amore per la sua terra e il desiderio di farla crescere” (Graffiti di comunità, pp. 99-100).

Ora, noi non abbiamo nulla da eccepire alle scelte dell’Amministrazione cavallinese, il cui operato ci interessa qui solo incidentalmente, ma non possiamo fare a meno di notare che il libro di cui discorriamo tradisce l’intento, presentato nel titolo, di portar luce su questo paesino investito dalla modernizzazione, per rivelarsi come una pubblicazione tutta tesa ad esaltare l’operato dell’Amministrazione locale che, insieme con la parrocchia (vedi le pp. 93-94), appare “sempre più proattiva e impegnata nel sociale…” (p. 98). D’accordo con questa tesi anche Davide Borrelli, Il comune da inventare. Il Mezzogiorno alla prova della seconda modernità (pp. 49-58), che già qualche pagina prima aveva affermato: “l’innovazione perseguita dall’alto per iniziativa dell’amministrazione sta avendo indubbiamente successo…” (p. 57). Chi invece sembra nutrire qualche debole dubbio in proposito è Emiliano Bevilacqua, Contraddizioni dello sviluppo locale (pp. 59-74), che si limita a constatare come “le recenti politiche del Comune di Cavallino appaiono in contraddizione con un tessuto sociale fragile nel profilo dell’istruzione e dell’economia” (p. 70) e invita a “riflettere sulle possibilità attuali di processi di modernizzazione dall’alto” (p. 71), senza peraltro farlo lui stesso, ma finendo col concludere, con grande prudenza, che il “caso di Cavallino potrebbe essere… indagato come un’esemplificazione auspicabilmente positiva di un complesso di scelte istituzionali, prevalentemente politiche, capace di porre le aree del nostro paese in grado di cogliere, contrariamente al passato, le implicazioni virtuose dei cicli di sviluppo globale che si prospettano per gli anni a venire” (p. 71). Quando leggo dei giri di parole, non so come, qualche conto non mi torna. E allora, mi chiedo: che cosa manca, in definitiva, in questo “studio di comunità”, come lo definisce Mario Morcellini nella Prefazione (p. 8)? Ebbene, manca proprio la comunità, che i ricercatori tentano di coinvolgere in mille modi (con interviste, sondaggi, ecc.), anche con un mockumentary, ossia un documentario finto di dubbio gusto, col quale si possono ben “disorientare” (p. 107) i cavallinesi, ridotti a spettatori, “persone semplici” (p. 112), che “ignorano finalità e risultati” del progetto (p. 111), come dice senza alcuna reticenza Francesco Giannico, Se il mockumentary arriva a Cavallino (pp. 107-116). La comunità è assente perché di essa si vuol fare qualcosa di speciale, come ci dice Sarah Siciliano nel saggio citato: “… diventa importante comunicare la cultura del luogo, che parte da una profonda conoscenza degli spettatori che ogni giorno lo vivono”; cosicché il fine è di “far diventare il cavallinese turista nella propria città, mostrandogli ciò che il primo sguardo distratto non fa vedere” (p. 100). Insomma, l’abitante del luogo, dal punto di vista della scienza della comunicazione, che qui svolge una ricerca sociale, diventa un semplice “spettatore”, più o meno come lo spettatore televisivo, e tutt’al più ad esso si concede il privilegio di essere turista in casa propria. Complimenti a chi coltiva questo moderno, modernissimo concetto di comunità! Italo Calvino de Le città invisibili, le cui citazioni accompagnano tutti i saggi qui raccolti, credo proprio che avrebbe avuto qualcosa da ridire! In realtà, qui non è assente solo la comunità di Cavallino, che talvolta fa capolino in forme viete e stereotipe (si legga Mihaela Gravila, Polifonie di comunità. Verso la costruzione di una memoria collettiva, pp. 117-141), ma è assente del tutto il pensiero critico, ed a ragione, poiché ben altro è lo scopo del libro: giustificare il buon operato dell’Amministrazione comunale e delle scelte di politica culturale fatte altrove. I problemi veri delle persone, la condizione dei giovani e degli anziani, il problema dell’impatto ambientale della discarica, di cui si occupa en passant il già citato Davide Borrelli a p. 56, il vero stato della cultura dei cavallinesi, la qualità della loro vita comunitaria, bene, questi discorsi esulano completamente da un libro che aveva promesso sin nel titolo una disamina del tessuto sociale di Cavallino.

Relegato in fondo al volumetto, il saggio di Luca Carbone, I paradisi quotidiani (pp. 143-163), illustrato da 18 fotografie (17 sono di Angela Serafino ed una dello stesso Carbone), sembra volersi sottrarre alla retorica delle magnifiche sorti e progressive che impronta di sé la ricerca degli altri colleghi.  Carbone ritiene che il paradigma della globalizzazione  riguardi “aree dominanti ma circoscritte, del pianeta” e che sia possibile, dunque, “un approccio non metropolitano” (p. 145) alla ricerca. In primo piano assurgono i dettagli, una cassetta di basilico, una veranda o un balcone invasi dalle piante ornamentali, ficus benjamin, gerani, ecc.; e poi ancora i giardini delle case cavallinesi, anche quelli abbandonati, “quisquilie” dalle mille implicazioni culturali in grado di riattivare i processi fecondi della memoria collettiva e dare il senso del vissuto autentico di chi in questi luoghi ha abitato e continua a farlo, magari rinchiuso nella propria casa, sordo ai richiami di una grandeur di cui non capisce il senso. Quei dettagli in realtà sono i soli a rivelare “la nostra identità nascosta”, che resta sepolta sotto ricerche che, quanto più ostentano una compassata erudizione, tanto meno si dimostrano capaci di leggere la reale vita degli uomini (si legga Manuela Dell’Anna e Giancarlo Nicolaci, Il futuro possibile: responsabilità sociale e sviluppo sostenibile, pp. 75-90, che di tutto parlano tranne che di Cavallino).

Alla fine, un libro che ci aveva tenuto lontano dai luoghi realmente frequentati dalle persone, ci riporta ad una dimensione quotidiana, vissuta, fin troppo familiare a chi è nato in questi paesi, una dimensione da cui mai si dovrebbe discostare la ricerca sociale, se vuol tenere fede al suo compito, che non è certo quello di farsi portavoce e megafono di una politica culturale preconfezionata, ma di analizzare le condizioni di vita dei cittadini e, se possibile, fare delle proposte per migliorarle.