Storia di notte Stampa
I mille racconti
Mercoledì 05 Dicembre 2012 11:36

Mentre tornava a casa quella notte, e i semafori avevano appena iniziato a lampeggiare, e gli veniva istintivamente voglia di invadere l’altra corsia e di buttare le cartacce fuori dal finestrino, pensava che qui da noi, di notte, si avverte come un senso di sbrago, di impunità, quasi come una più accentuata libertà di fare quello che di giorno non è permesso; al tempo stesso, però, mentre abbassava un poco il volume dell’autoradio, pensava che, chi fa le ore piccole fra queste contrade, si sente un po’ un disertore e gira come un ladro o un cane bastonato, con la paura di venire da un momento all’altro braccato. Perché queste strade, per qualche ragione che non sapeva spiegare, ma che doveva avere a che fare con i sensi di colpa, sicuramente, con un complesso di inadeguatezza, con la sua scarsa coerenza o con qualcosa di rimosso, è come se appartenessero a chi di mattina va a lavorare; e dunque, quella di sentirsene padrone di notte, pensava, è solo un’illusione, una sensazione passeggera, una sbornia che termina nel giro di poche ore, ed anche la notte, si finisce con il sentirla clandestina, come clandestino, il cuore segreto di chi la vive.  Pensava a quell’esaltazione di cose proibite, a quella brama di inconfessata turpitudine che eccita a fondo; e incrociando i fari delle auto di fronte, anime perse che andavano a fondo, come lui, e come lui, forse, piccoli vascelli alla deriva nel buio dell’anima, sentiva di provare una sorta di umana compassione, di solidarietà fra consimili o, addirittura, di affinità, con chi gira di notte, con i vagabondi, i senza patria, i derelitti, gli impostori, con tutti quelli insomma che hanno un qualche tiramento, una pena; pensava alla sua famiglia, una moglie e due figli che a quell’ora dovevano dormire profondamente, mentre lui si trovava ancora in giro alle 4 di mattina e a non aveva nemmeno voglia di rientrare.

C’era qualcosa, come un sommovimento dell’anima, un bagliore all’angolo della stanza, come un riflesso incondizionato, un desiderio inconfessato, come un tempo sfibrato, ma legato a riti e miti ormai obsoleti, passati, scaduti, sfilacciati, come di un’era in dissoluzione, c’era qualcosa, insomma, nella contemplazione del primo chiarore aurorale, che lo spingeva a fermarsi pure qualche minuto in macchina per fissare su un foglietto alcuni versi che una improvvisa ispirazione gli andava dettando. Ed era dolce, ogni volta che succedeva, farsi trasportare dalla corrente di quel fiume in piena che erano le sue idee che diventavano poesia, le sue liriche che prendevano corpo; dolce e amaro al tempo stesso, come questa terra, che doveva amare davvero tanto, tanto da odiarla, se non era andato via quando ancora era in tempo, quando davvero avrebbe potuto fare carriera su al Nord, e non c’erano ancora una donna, una famiglia, dei figli, ed era allora tutto da costruire. Però lui aveva sempre ceduto alla forza vorticosa di una spirale che lo scuoteva, all’abbraccio fatale di una terra che, allora non immaginava, gli avrebbe succhiato via il sangue, con tutta l’energia, con la passione, il coraggio, l’entusiasmo, la voglia, gli avrebbe preso quello che era la sua giovinezza, rendendogli in cambio uno straccio di vita, senza ambizioni, senza più aspirazioni, senza velleità. Pensava che, nella dimensione dilatata, un poco ovattata della notte, l’ispirazione deve avere a che fare con la puzza di zolfo, con qualche cosa di demoniaco, come il patto di Faust con il diavolo, come le lettere di fuoco trovate nella cabina interna dell’armadio, come con l’albero degli impiccati, con i passi lenti e zoppicanti sul pavimento della veranda, come il volto senza nome che ti guarda con occhi incandescenti nell’oscurità, come lo spettro della tua cattiva coscienza che ti segue fino alla porta di casa e non ti molla nemmeno quando sei entrato, nemmeno quando sei ormai a letto, ma continua a soffocare il tuo petto, a tormentare il tuo sonno. Quand’era giovanissimo, prima di questa movida esasperata, i locali di notte bisognava davvero saperli cercare, tanto erano poco numerosi; e se suo padre non gli avesse ripetuto fino alla nausea che di notte girano solo i delinquenti e le troie, forse, non avrebbe avuto ora, dentro, quella sensazione di proibito, quella voglia di trasgressione, la notte non sarebbe stata per lui l’ultima giostra ancora accesa, l’ultimo domicilio conosciuto, come l’ultima spiaggia dove si danza  in una vertigine di tentazioni e perversioni. In effetti, nonostante il tempo trascorso da allora, il progresso, l’emancipazione femminile e la liberazione dei costumi, era convinto che questo posto  continuasse a non esser fatto per la notte, nella quale girano gli assassini, i capobanda, i truffatori e i puttanieri, consapevoli di avere ben poco tempo per i loro sporchi giochi. Qualcosa gli diceva che queste strade appartengono a quei bravi cristiani che si alzano la mattina presto per andare a lavorare, come mediamente faceva anche lui; e quando riusciva a prendersi delle pause salutari di anomalia, di deviazione, queste erano come degli strappi, delle lacerazioni, rispetto alla finta normalità in cui viveva ogni giorno. E così, nel buio già meno nero di quella notte al suo limitare, si mise a scrivere, in macchina, quasi potesse esorcizzare, con quell’atto creativo, le proprie disillusioni, lo sconforto e l’amarezza di una vita piatta e volgare, la vita di chi, come lui, lasciava ogni sera sull’uscio di casa la propria cattiva coscienza e i fantasmi di una vita da rifare, prima di sprofondare nel divano davanti alla tv, dare la buonanotte a moglie e figli, e dopo crollare in un sonno senza sogni. L’alba ormai dilagava, si erano fatte  le 6,  e stava lasciando la macchina nel garage per rientrare con passi felpati come un ladro, sarebbe accaduto il finimondo se sua moglie si fosse svegliata e accorta dell’orario in cui rincasava. Già da un bel pezzo, erano in contrasto su tutto, con la moglie, ma non era certo quello il momento per le solite sterili e inconcludenti discussioni. Il garage era diviso da casa dalla strada e, nell’attraversare, ancora preso dai suoi versi e dai suoi fantasmi, non si avvide del camion della spazzatura che passava ad una certa velocità e che lo travolse; il trambusto, nel silenzio della prima mattina, fu forte e svegliò tutto il vicinato. E lui, come se nel libro dei deliri avesse sfogliato l’ultima delle pagine della notte, come una distrazione di luce in un tutto unico compatto buio, come se il camion della spazzatura fosse un bastimento carico di novità tutto illuminato nel selciato mare, che venisse a prenderlo per trasportarlo, chissà, in qualche terra di sogno non ancora esplorata, mai ancora immaginata, si lasciò andare, sentendo l’energia vitale che abbandonava il suo corpo. Ebbe un pensiero per la moglie e per i figli, poi non sentì più niente. Si svegliò a distanza di alcuni giorni in un letto d’ospedale, circondato dai suoi cari, con una gamba amputata e diverse costole rotte, tuttavia vivo, ed anche fortunato, a detta dei medici, per come era andata, perché un impatto così violento avrebbe potuto anche ucciderlo. Lui non era affatto d’accordo con i medici ed i suoi famigliari, anzi sapeva che avrebbe preso a maledire quella “fortuna” molto presto.

Nelle lunghe sere di degenza, solo e immobile nel suo letto d’ospedale, pensò spesso a come coniugare la parola muta, lo strazio, la pena, al cuore dei vent’anni, quegli amari tetri pomeriggi d’autunno con il bagaglio di voci, di ricordi, canzoni, con i barbagli di luce che dallo specchio del piccolo laghetto dell’ospedale si riflettevano sulle sue finestre. Guardava la torre della chiesetta di fronte scomparire nel buio della sera e pensava alla fretta distratta di tutti quei bravi cristiani che a quell’ora stavano ritornando nelle proprie case, come i suoi colleghi di lavoro, e come aveva sempre fatto anche lui, tutte le sere in cui tornava a casa, sconvolto e amareggiato da un lavoro che non gli era mai piaciuto, lasciando passare indifferente,  inascoltato, dimenticato, quel treno che, sbuffando, ancora sferragliava alla stazione, ancora deragliava sui binari morti dei ricordi.

Si chiedeva come declinare l’invito della vita che, fuori da quel luogo di sofferenza, ancora gridava e chiedeva la propria parte e tante volte lo aveva chiamato alla festa dei sensi; come analizzare il periodo complesso delle ansie, dei falliti sogni, con la grammatica degli abbandoni, dei corpi deviati in volo, delle sfere rotanti, della giostra della memoria; come farsi una ragione di quel tempo così triste, ancora più cupo che lo attendeva. E poi rimuginò su versi nati male o mai nati, su amori sbagliati di una stagione andata, sulle sere d’estate accompagnate da una musica leggera, come le leggere parole di quando non si ha ancora l’amarezza della triste rinuncia, di attesa e di speranza, di quei sussulti che spettinano  i pensieri.

Andava elucubrando su versi riusciti bene e su amori mai sbocciati, su desideri che si tendono fino allo spasimo come degli elastici, e poi pensava ai sogni d’oro dei suoi bambini, alle nuvolette disegnate sui loro cuscini e al minimo soffio di vento che le disperde nella sera. Su tutto questo meditava,  mentre la notte calava sulla città madida di sudore di un giorno di caldo giugno afoso. Poi, capì che era giunto il momento, fece uno sforzo sovrumano, nelle condizioni in cui si trovava,  per alzarsi dal letto e raggiungere la finestra, staccarsi dal petto i fili che lo imprigionavano come la tela di un ragno e sentire l’aria fresca che entrava e si diffondeva in quella stanza di dolore e anche nelle sue narici, nel suo petto e nei polmoni e lo invadeva come una piena salutare di serenità guadagnata. Il suo letto era vuoto quando, la mattina dopo, l’infermiera entrò nella sua stanza. Lui era cinque piani più in basso, che stringeva nella mano una lettera sulla quale c’erano scritte poche parole:  “Vi amo”, e seguivano i nomi dei suoi due figli e della moglie, “ma sono troppo stanco, perdonatemi se potete...” .