La notte di San Giovanni Stampa
I mille racconti
Giovedì 27 Dicembre 2012 17:05

La notte di San Giovanni è la notte delle streghe nel Salento. Secondo le credenze di un tempo, in questa notte, è facile vedere volare nel cielo le streghe che, a cavallo delle loro scope, vanno a partecipare al loro convegno annuale, il Sabba. Questa è la notte più corta dell’anno ma è anche quella più piena di carica simbolica. Appena superato il solstizio d’estate, infatti, il sole comincia impercettibilmente a declinare all’orizzonte. In passato, questa era considerata la notte dei prodigi. Anche la rugiada si credeva avesse poteri magici, cioè che essa potesse rendere le donne più desiderabili, sanare i malati e donare alle erbe poteri miracolosi. La rugiada però doveva essere colta al primo raggio di sole e molti trascorrevano svegli questa notte, per poter prendere un po’ di quest’acqua magica, nella speranza che potesse davvero dar loro beneficio. Anche  i tappeti, le coperte ed i capi invernali venivano esposti cosicché, protetti dalla rugiada di questa notte, potessero essere riposti fino al prossimo inverno senza che vi si annidassero le tarme. In questa notte, si poteva anche conoscere il proprio futuro, soprattutto per quanto riguarda l’amore. La pratica divinatoria più diffusa era quella che utilizzava il bianco dell’uovo. Prima delle ore 24 del giorno 23, si buttava in una caraffa o in un bicchiere il bianco di un uovo e lo si esponeva alla rugiada. Prima dell’alba, la caraffa veniva ritirata. Al mattino, dalla forma assunta dall’albume, si potevano individuare gli attrezzi da lavoro del futuro marito o le iniziali del suo nome.  Queste, le credenze così diffuse nella civiltà contadina del passato. Vero e falso si confondono insieme nel Salento, terra di tradizioni, leggende e magie.

Così Carmelina, in una afosa sera di giugno, ritornava a piedi a casa. Era stata a far visita ad una vecchia zia, l’unica parente che avesse ancora in vita, alla quale era molto legata, anche se l’anziana donna non aveva mai voluto lasciare casa propria per andare a vivere insieme alla nipote. Più e più volte, Carmelina aveva pregato la  parente di venire con lei, per dividere così insieme gli anni che restavano da vivere ad entrambe e soprattutto quelle lunghe giornate di solitudine e di tristezza: due stati d’animo che Carmelina conosceva molto bene da una vita intera. Rimasta orfana giovanissima di entrambi i genitori, da pochi anni era scomparso anche l’unico fratello, la cui salute era stata sempre cagionevole da quando, poco più che adolescente, aveva contratto una forma patologica di bronchite asmatica poi divenuta cronica. I suoi polmoni avevano retto anche troppo a lungo ma poi, inevitabilmente, era venuto per lui il momento di andare, lasciando quella sorella che tanto amava sola al mondo. Carmelina, come il fratello, non aveva mai voluto sposarsi, forse appagata da quel legame fraterno forte e tenace che sembrava potesse sfidare tutto e tutti. Veramente, in paese non erano mancate delle strane voci, quelle gratuite e maligne che sempre circolano in un villaggio di poche anime, secondo le quali in quel menage a due vi fosse qualcosa di più di un semplice amore fraterno, qualcosa che avesse del tenero, del perverso ed anche del macabro; ma queste erano rimaste solo delle voci, ed ora che Cosimo aveva reso l’anima a Dio da due anni, nessuno nemmeno più si ricordava di quelle dicerie. L’unica parente rimastale in vita, dunque, era questa vecchia zia, che Carmelina curava amorevolmente e alla quale, ad un certo punto, la donna aveva fatto la più che ragionevole proposta di andare a vivere insieme. Ma si sa, gli anziani spesso si attaccano alle proprie cose in maniera viscerale e quando si è avanti negli anni le abitudini si radicano a tal punto che non basta più di una qualche disgrazia o morte o malattia, per farle cambiare. Dunque a Carmelina toccava fare ogni giorno il percorso da casa propria a casa della zia e ritorno, per prestarle quell’assistenza che si deve ad una persona molto anziana, dal carattere un po’ difficile. Tuttavia la zia era una persona generosa e sempre ben disposta verso quella nipote, alla quale i lunghi anni di nubilato avevano fatto guadagnare il sempre poco simpatico epiteto di “zitellona”. Quella sera, la donna procedeva più lentamente del solito sulla strada del ritorno, quella strada che avrebbe potuto percorrere ad occhi chiusi e che, portando anche alla piazza del paese, un tempo aveva percorso con animo diverso. Era il tempo in cui Carmelina aveva molti meno anni e molte più speranze, il tempo dell’adolescenza, insomma, e della prima giovinezza, che a tutti gonfia il petto di illusioni; il tempo in cui si fanno progetti per l’avvenire, ignari di quel che verrà, come ignara era allora Carmelina, essendo lontana la tragedia che si sarebbe abbattuta di lì a poco sulla sua famiglia, di quella mano minacciosa che pendeva sulla sua testa,  come una spada di Damocle, come una nuvola di veleno che incombe sulla vita di chi non sa, come un punto interrogativo, come un fosco presagio, come un campanello d’allarme che non suona o suona troppo tardi, come un fulmine a ciel sereno, come l’equazione che non si risolve, la domanda senza risposta, il mistero senza soluzione. La donna pensava ai propri sogni, perché anche lei aveva sognato una volta, prima che l’orizzonte di pene e di morte si dischiudesse sulla sua giovane vita. Pensava a quel tempo in cui era stato bello ballare la pizzica nella piazza del paese, scalza e ebbra di vino e di vita, il cuore gonfio di passione e la testa libera da luttuosi gravami, da neri presagi. Era stato il sogno di un momento, ma quel tempo era stato bello; poi lo aveva dimenticato, crescendo e invecchiando, fra le contingenze di una vita austera e monotona, come i muri grigi della sua casa che non vedevano da decenni il tocco del pennello di un imbianchino. Poi quell’incontro, fatale si direbbe, se non fosse che invece per lei non era stato niente di speciale, solo il piacere di scambiare quattro chiacchiere con una nuova amica e la curiosità di conoscere quelle strane occupazioni nelle quali spesso ella era affaccendata. Quell’amica, Dolores, che aveva conosciuto un giorno in paese, sua quasi coetanea, era una donna magra e sgraziata, che vestiva sempre di nero e dimostrava più anni della sua effettiva età. Era però una persona dolce e disponibile che, con i suoi bei modi di fare, aveva conquistato subito Carmelina affascinandola con le sue conoscenze, che spaziavano dalla storia antica alle vite di personaggi famosi, soprattutto filosofi e scienziati, alla magia. Ed erano proprio queste ultime conoscenze che avevano portato la gente del paese a diffidare di lei e ad averne paura, come sempre si ha paura delle cose che non si conoscono, paura del diverso, nostro dissimile, paura dell’ignoto, paura della stessa paura, a volte. Dolores aveva fatto degli studi superiori, a differenza di Carmelina che invece si era fermata alla quinta elementare, ed era andata perfino all’Università, e ciò bastava, nella retriva e un po’ miope mentalità del paese, dove in quegli anni il livello di istruzione era bassissimo e regnava ancora l’analfabetismo, a farne una persona molto al di sopra della media e da trattare quindi con deferenza. La donna però aveva indirizzato la propria curiosità e le proprie ricerche - in archivi pubblici e anche nelle biblioteca della provincia di Lecce,-  in campi assai poco battuti da una donna in quegli anni: la letteratura, la filosofia, la teologia, le scienze mediche, l’occultistica e, fatalmente, la magia:  magia bianca, sosteneva Dolores; magia nera, le gridava dietro il paese. Carmelina aveva sempre ascoltato con molta attenzione quelle strane formule che la donna leggeva e soprattutto le storie e i vari aneddoti che Dolores le raccontava. Ma al di là del piacere, del tutto innocente, di trascorrere qualche ora in compagnia dell’amica, non c’era mai stato un effettivo interessamento di Carmelina alla materia della magia e a quelle storie di santoni e diavolesse su cui Dolores si intratteneva con gusto orrido. Carmelina era insomma quel tipo di donna non facilmente suggestionabile e nemmeno intellettualmente predisposta a farsi rapire da quel vortice di macabre sensazioni generate nella sua mente dalla notevole capacità affabulatoria di Dolores. Una donna pratica, si direbbe, un poco indurita dagli stenti patiti, certo poco attratta da tutto ciò che non si possa toccare con mano, da tutto ciò che non sia quantificabile e verificabile secondo i normali parametri e quelle sensazioni duravano giusto il tempo di un racconto, della sua permanenza a casa di Dolores,  per poi scomparire, senza lasciar traccia, dalla sua mente e dalla sua vita. Mai che quei resoconti di processi alle streghe, di punizioni e orribili supplizi, la avessero condizionata nel regolare svolgersi della vita quotidiana o avessero disturbato i suoi sogni. Era come se Carmelina chiudesse tutte quelle strane storie in un cassetto insieme con la loro narratrice, e lo riaprisse quando nuovamente andava a farle visita. Negli ultimi tempi, però, la sua frequentazione con Dolores si era molto diradata, un po’ perché le cure della vecchia zia la impegnavano di più, un po’ per una certa spossatezza che l’arrivo dei primi caldi le portava, ma forse soprattutto perché si era sentita molto infastidita da quelle voci sul loro conto, che riferivano di Dolores, come di una strega, e di lei, come della sua fedele assistente.

Nel paesello era la festa di San Giovanni. Vi era dunque un clima di attesa ma anche una pesante cappa di sospetto e di risentimento sembrava avvolgere il paese stesso. Carmelina non riusciva a spiegarsi bene il motivo, troppo poco si intratteneva con la gente del posto o con le comari la mattina a spettegolare per essere informata a sufficienza sulla vita sociale del paese. Forse il suo era un carattere un po’ schivo, forse non era mai riuscita ad uscire da quel guscio nel quale viveva, ad entrare in empatia con la collettività che abitava quel piccolo paese dimenticato da Dio e sconosciuto alle carte geografiche, nel profondo Salento. Vi era una cripta bizantina, opera degli infaticabili monaci basiliani, che nei secoli scorsi avevano raggiunto le nostre contrade. Retaggio della loro presenza nel Salento, queste cripte divennero spesso delle chiesette, quando scomparve il rito greco-bizantino introdotto dai monaci orientali. Anche la cripta del paese di Carmelina era divenuta una cappella che, con l’avvento del rito latino, fu dedicata a San Giovanni. Questa cripta si trovava su una collinetta poco distante dal centro del paese. Lo spiazzo circostante la chiesetta, per la festa del 24 giugno,  si animava di suoni, balli e colori, poiché, dopo la fine della funzione religiosa e la distribuzione dei prodotti della campagna, tutti rimanevano a ballare e cantare sull’aia, nel segno della tradizione, come usava nei tempi antichi. Capitava spesso che alcune ragazze, il giorno della vigilia della festa, si recassero da Dolores per chiederle preziosi consigli sulle proprie vite. E la donna non faceva mancare loro delle indicazioni su come dovessero comportarsi e su strane pratiche che dovevano mettere in atto, come degli incantesimi, con la manipolazione di certe erbe, per cercare o  recuperare l’amore perduto o per migliorare la propria esistenza. Questo aveva fatto guadagnare a Dolores la fama di santona, maga, “strega”. E ciò non deponeva certo a suo favore, ma anzi la sua presenza in paese diventava sempre più sgradita, molesta. I genitori ritenevano che la donna potesse corrompere le loro giovani figliole, e  Dolores venne considerata una creatura delle tenebre, maledetta.

 

Fatto sta che poco prima di rientrare a casa, Carmelina sentì degli strepiti in lontananza e vide un assembramento di gente proprio vicino alla casa di Dolores. Sembrava che tutto il paese si fosse dato convegno in quel posto e ora, fra le alte grida delle donne e gli schiamazzi dei bambini, qualcuno iniziava a picchiare violentemente contro la porta di casa di Dolores e contro i muri esterni con qualche arnese metallico e lanciando pietre e sassi. Poi comparve un tizzone acceso e una catasta di legna;  Carmelina riuscì a scorgere per un attimo da una finestra lo sguardo terrorizzato di Dolores ma non riusciva a far nulla; era come impietrita dalla paura, raggelata, paralizzata; per un momento, dallo sguardo inferocito della folla che si accorse di lei, ebbe paura che volessero prenderla e farle fare la stessa fine. Era buio inoltrato, si era ormai fatto tardi, il fuoco divampava intorno alla casa della presunta strega e ad un certo punto aggredì anche i muri della sua abitazione. In pochi minuti, tutta la casa divenne un’enorme pira e si udirono distintamente le grida selvagge di Dolores, imprigionata dentro quella gabbia di fuoco. I suoi lamenti si alzarono al cielo, il cielo di quella notte di San Giovanni in cui l’odio e il fanatismo della gente avevano avuto la meglio sullo studio e sulla conoscenza, sulla apertura mentale e sulla tolleranza, e avevano portato a quell’orrenda devastazione. Avevano scelto simbolicamente proprio quella data per mettere in atto il loro spaventoso progetto di “epurazione”, la loro implacabile vendetta, come per l’espulsione di un corpo estraneo, l’uccisione del capro espiatorio. Con il fuoco, bruciava anche tutto il risentimento di un popolo stanco e abbattuto dalla fame, dagli stenti e dalle miserie di una vita difficile, oppresso dal signoraggio tirannico e dalla paura della diversità, vittima di una sottocultura che dà retta alla superstizione, che altro non è che la malvagità inoculata piano piano dal diavolo nelle vene di un popolo di cui vuole prendere l’anima, fino a farla scoppiare in uno spasmo di follia, ad esplodere in uno scoppio di bestiale crudeltà. Questo accadde a Dolores, in un tempo lontano. Da quella sera, nessuno vide più Carmelina, nemmeno la sua vecchia zia la quale, non potendo uscire da casa per sopraggiunti problemi di deambulazione e non avendo più notizie della nipote, morì dopo poco, forse di crepacuore. Carmelina si barricò in casa, tagliò i ponti con il passato, con quel paese dal quale veniva respinta come una indemoniata, un’appestata, come un incubo, una malattia, e si lasciò sprofondare, senza chiedere aiuto a nessuno. Doveva essere passata una settimana circa, quando la trovarono, forzando la porta d’ingresso, morta di consunzione.